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“Il mito del K2, la montagna degli italiani”

Prima serata dopo le vacanze natalizie, ma subito una ripartenza con il botto.

Sul mio personalissimo cartellino,  come soleva dire il giornalista sportivo Rino Tommasi, la serata che ha visto la partecipazione di Michele Cucchi (i) con la sua relazione “Il mito del K2, la montagna degli italiani :  il racconto di chi ha raggiunto la vetta 60 anni dopo Compagnoni  e Lacedelli”  è stata una delle più coinvolgenti degli ultimi tempi.

Era il 31 luglio 1954 quando Lino Lacedelli e Achille Compagnoni arrivarono in vetta al K2, i primi uomini sulla seconda montagna più alta della terra e sicuramente la più difficile dei 14 ottomila al mondo.

La storia racconta della performance di Walter Bonatti che con lo portatore pakistano Madhi portò l’ossigeno sino all’ultimo campo con un contributo essenziale alla riuscita dell’impresa.

Fu una spedizione italiana, supportata dai portatori pakistani, profondi conoscitori  del territorio.

La spedizione iniziò nel marzo del 1954 con la partenza da Genova di una nave con 18 tonnellate di materiale che dalla cittadina di Skardu venne poi trasporto a piedi da 603 portatori di alta quota e si concluse con la conquista della vetta del K2, una della cime più impegnative al mondo, il 31 luglio.

Il 26 luglio del 2024, sessanta anni dopo la prima storica salita italiana sul K2 proprio per ricordare l’evento e onorare  i portatori di alta quota pakistani, l’associazione italiana EvK2Cnr (i) ha voluto e supportato questa nuovo attacco alla cima della montagna, la prima  spedizione pakistana della storia; infatti, ci ha detto Michele, sei alpinisti pakistani hanno raggiunto la vetta senza ossigeno e grazie anche al supporto proprio di Michele del bolognese Giuseppe Pompili. 

Il progetto di tornare sul K2 è nato nel settembre del 2023 pensando però ad una inversione dei ruoli rispetto al 1954: non una spedizione italiana supportata dai pakistani ma esattamente l’opposto.

Simili però le difficoltà di avvicinamento alla montagna: 97 chilometri da percorrere a piedi nel territorio desertico del Pakistan, raggiungendo i piccoli villaggi sulle montagne: Askole, Jola, Payu, Urdukast, Goro, sino a raggiungere Concordia il 21 giugno e dove venne allestito il campo base, a 5.000 metri di altitudine.

Allestimento tutt’altro che scontato: tende, recinti per le galline, sistemi di raccolta differenziata delle spazzature che venivano portate a valle ad un inceneritore  in modo da lascare assolutamente pulito il campo dopo la scalata.

Dal campo base, attraverso i campi 2 e 3 con soste di acclimatamento, la spedizione arrivò al campo 4, ai piedi della vetta, a 8.150 metri di altitudine.

Come ha confessato Michele la sua idea di partenza non era quella di arrivare in vetta, pensando ai rischi della spedizione e alla famiglia a casa, lasciando ai soli scalatori pakistani l’onore della conquista, ma al momento cruciale, ad una ottantina di metri dalla cima, sentendosi in piena forma e con previsioni meteo perfette, la sfida ha vinto sul timore e sulla paura e quindi  ha deciso raggiungere  gli altri sino alla cima.  

E’ salito per ultimo, da grande guida alpina che ‘, ultimo in salita , ultimo in discesa, sicuro di non avere nessuno alle spalle.

Ci ha parlato delle sue sensazioni: un grande misto di timore, paura sfida, la sensazione di iniziare una grande sfida accompagnata dal timore: “gli ultimi 40-50 metri, la vista che si apre a 360gradi…. Il mio urlo”.

In vetta, e con lui Hassan Jan, Ali Durani, Rahmat Ullah Baig, Ghulam Mehdi, Ali Ssdiq, gli  alpinisti pakistani che con questa impresa sono diventati eroi nazionale, tanto è grande il rispetto che tutto il paese  ha per la montagna e per chi riesce a conquistarla.

Senza vetta, ma con una storia forse ancor più onorevole a chi, a pochi metri dalla cima, ha trovato la forza di interrompere la scalata per portare aiuto ad un amico in difficoltà: Simone Origoni, guida alpina valdostana e detentore del record di velocità sul chilometro lanciato sugli sci, a 8.200 metri ha scelto di interrompere la sua scalata quando l’alpinista pakistano Muhammad Assan si è sentito male, è sceso a valle con lui, salvandogli sicuramente la vita.

Un grande successo pakistano e italiano, a degno ricordo di Madhi, il portatore di alta quota che fu fondamentale nel 1954.

Le moltissime domande che i presenti hanno rivolto a Michele Cucchi dopo la proiezione del video con le immagini dell’impresa hanno fatto sì che la serata terminasse ad ora veramente tarda, lasciandoci una netta sensazione: che pakistani ed italiani insieme abbiamo scritto una storia che è qualcosa di più e di diverso da una sfida sportiva, per quanto estrema essa possa essere.

  • Michele Cucchi è una guida alpina di Alagna Valsesia in Piemonte e vive ai piedi del Monte Rosa. Nato nel 1970 in una famiglia di guide, è stato per anni custode della Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa. Il suo cuore batte per l’Himalaya e la gente del Nepal. Con l’associazione Cuore Attivo Monte Rosa si occupa di dare supporto ai villaggi himalayani (dalla costruzione di scuole all’assistenza medica) per aiutare soprattutto le famiglie dei portatori di alta quota.

Mentre leggete è sull’Aconcagua, sulla Cordigliera delle Ande argentine. 

  • Associazione italiana no.profit dedita alla ricerca scientifica e tecnologica in alta quota,  attiva da   oltre 30 anni nelle regioni dell’Himalaya e del Karakorum. Nota per aver installato il laboratorio-osservatorio “Piramide” a 5.050 m sull’Everest, si occupa di studi climatici, ambientali e geofisici, collaborando con il CNR e istituzioni locali.