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“Il peso dell’invisibile: la difficile convivenza tra insegnanti e disagio degli adolescenti a scuola”.

Preceduta dal consiglio dell’Associazione Amici di Brams che troverete allegato al bollettino, la nostra serata 2015 è stata dedicata alle problematiche del disagio giovanile e ha avuto come ospite il professor Giorgio Bodrito, docente di scuola secondaria di II°, con una relazione dal titolo “Il peso dell’invisibile: la difficile convivenza tra insegnanti e disagio degli adolescenti a scuola”.

Presentato dal nostro Presidente, il relatore ha iniziato con una considerazione di carattere generale riguardanti gli insegnanti. Nella gestione del gruppo classe, si trovano a dover affrontare quotidianamente una realtà complessa: da un lato devono svolgere il loro ruolo educativo stimolando l’apprendimento e la crescita degli alunni, dall’altro devono spesso affrontare un disagio che non sempre è chiaro e visibile, con attenzione a non sottovalutarlo per non influenzare pesantemente l’esperienza scolastica degli adolescenti  o generando, in casi estremi, comportamenti problematici, quali aggressività, rifiuto scolastico, difficoltà relazionali o ritiro sociale.

E’ molto difficile dare una definizione unica del disagio degli adolescenti in quanto ci si trova di fronte ad una ampia tipologia di comportamenti da parte dei soggetti in età evolutiva e la schematizzazione ha uno scopo puramente descrittivo per poter inquadrare il fenomeno che ha una serie numerosa di fattori e di gradi.

Il disagio viene classificato come non grave quanto è associato a stati di malessere che seguono a esperienze negative di insuccesso scolastico, sportivo, relazionale e si esprime in comportamenti di chiusura, di autosvalutazione e di aggressività.

Viene considerato di grado intermedio quando ha comportamenti trasgressivi come uso occasionale di stupefacenti, appartenenza a bande, intimidazioni a soggetti più deboli.

E’ di grado grave quando sfocia in comportamenti autolesivi e trasgressivi illegali quali tossicodipendenza, furti, spaccio. (i)

Si tratta di un fenomeno connesso ad una molteplicità di fattori che interagiscono tra loro con modalità differenti producendo effetti diversi da persona a persona.

Questa grande varietà di forme si manifesta anche nel disagio scolastico con difficoltà di apprendimento, flessione nel rendimento, difficoltà relazionali, emozionali e motivazionali, apatia, calo ponderale rapido e importante e queste manifestazioni diventano patologiche quando investono tutte le nostre aree e le nostre sfere.

Come molteplici sono le sue forme, altrettanto lo sono le possibili cause: il contesto sociale, economico e culturale; le caratteristiche intrinseche dell’istruzione scolastica, come ad esempio un contrasto con i professori; le dinamiche familiari, elementi legati alla persona o al contesto relazionale.

Dall’insieme di queste cause nasce il disagio ma voler ricercare spiegazioni semplicistiche, tipo causa-effetto, è riduttivo e fuorviante: tali e tante sono le complesse variabili psicologiche e socio-culturali coinvolte ad intersecarsi con la storia personale del giovane che rendono imprevedibili le modalità in cui ciascun soggetto potrà manifestare il proprio disagio.

La scuola oggi funge da osservatorio su queste manifestazioni mettendo in evidenza come le stesse siano in costante aumento e con esse il numero dei pazienti in cura presso i DH e i reparto di neuropsichiatria, il numero delle segnalazioni delle scuole e della complessità delle situazioni.

Numerose sono poi le espressioni del disagio a scuola: dalle difficoltà scolastiche sino all’abbandono; dal ritiro delle relazioni con i pari, all’isolamento sociale e ai comportamenti di protesta, da sintomi somatici ad incidenti ripetuti, agiti autolesivi, uso continuativo di alcool o droghe leggere.

E l’insieme di queste manifestazioni, ha sottolineato il relatore, rende evidente l’esistenza di una vera e propria patologia.

Ma quali sono i segnali che possono portare l’insegnante a pensare alla presenza di questo disagio?

Il calo del rendimento scolastico, il ritiro del gruppo dei pari, quando ad esempio l’alunno rimane  solo durante l’intervallo; la pagella monotona, come l’ha definita il professor Bodrito, appiattita sempre sugli stessi voti, da non confondere sulle capacità di un alunno che abbia tutti voti altissimi; ripetuti scambi di indirizzi o di istituti; eccessiva preoccupazione per la valutazione.

L’espressione più frequente del disagio giovanile è il ritiro dalla vita sociale, quello che lo psichiatra giapponese Tamaki Saito ha chiamato Hikikomori, derivandolo dal termine kiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi).

Nasce da una forte insofferenza nei confronti della socialità e porta alla dipendenza da internet, che non necessariamente è una causa ma spesso una conseguenza, ad uno stile di vita centrato all’interno della casa, senza relazioni esterne, all’inversione del normale ritmo sonno-veglia.

L’hikikomori colpisce i giovani tra i 14 e i 30 anni, il 90% di sesso maschile, di estrazione medio-alta e figli unici e le sue principali cause sono il forte disagio all’interno del contesto familiare e sociale, lo stile iper-protettivo e le forti pressioni psicologiche dei genitori, l’assenteismo scolastico, le forme gravi di bullismo scolastico.

Come prevenirlo?

Sicuramente tramite la realizzazione di un ambiente formativo favorevole grazie alla formazione del personale scolastico e al sostegno delle attività di ricerca e studio dei docenti.

Da questo discende il passo più importante: una attenta osservazione dei ragazzi per poter  riconoscere i segnali di un possibile disagio e le situazioni che lo possano generare.

Ma questa attenzione deve essere posta in essere nei riguardi di tutti i componenti del sistema: la famiglia, la scuola, il contesto sociale, la persona stessa.

Proprio la famiglia deve essere il primo baluardo difensivo con l’ascolto dell’adolescente; “ascoltare e osservare senza essere invasivi” e poi, ha concluso il relatore, spazziamo via i nostri pregiudizi: l’andare bene a scuola non sempre deve far pensare ad un futuro migliore così come l’andar male a scuola non è sintomo di scarsa intelligenza, di scarso valore  e di futuro difficoltoso.

Un grande applauso ha salutato il  professor Bodrito al termine della sua relazione e numerosi sono state le domande dei presenti alle quali il relatore ha risposto anche con arguzia e spirito.

(i)  Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti, 1999